ANNO 16 n° 99
Est moda in rebus, Ecco Mr Moschino: Jeremy Scott
>>>>> di Mr. Alpha <<<<<
06/08/2014 - 00:04

di Mr. Alpha

VITERBO - Febbraio 2014, settimana della moda milanese: in scena le collezioni per il prossimo inverno. Iniziamo dalla fine. ''Non parlo italiano, ma parlo la lingua di Moschino''. Con questa massima impressa sulla tshirt, Jeremy Scott esce dal backstage per fare il pieno di applausi. Pubblico in delirio.

Stop. Rewind. Ora facciamo un passo indietro e torniamo all’inizio della prima sfilata Moschino firmata JS. C’è grande attesa per questo debutto: dopo anni da indipendente e dopo le collaborazioni con adidas e Swatch, finalmente il pazzo Jeremy assume il controllo artistico di una grande maison. In prima fila uno stuolo di star, starlette e vip di vario genere attende con ansia l’inizio dello show. Ci sono anche Rita Ora e Katy Perry in rappresentanza della dolce vita hollywoodiana. Le luci si abbassano, la musica pompa a tutto volume: che la festa abbia inizio.

Irriverente e autoironico, in poche parole ''pop''. Il lavoro di Scott rispecchia in pieno l’essenza di Moschino. La collezione può essere divisa in quattro diversi temi portanti. Si inizia con il tributo che lo stilista ha voluto rendere a McDonald’s e al suo iconico logo a forma di M. In passerella scendono modelle con borse a mo’ di Happy Meal e vestiti giallorossi (i colori della catena di fast food) intervallati da tailleur maculati. Cameriere, con tanto di divisa e visiera, sfilano con vassoi su cui sono riposte borse matelassé dall’inconfondibile logo in bella mostra.

Di colpo l’ambientazione cambia e ci si ritrova nel pieno degli anni ’80. Gli anni del clubbing prendono il sopravvento e i look si fanno sempre più aggressivi ed eccentrici. Abiti in pelle, accessori dorati e stivali alti fino a metà coscia fanno il paio con borchie e cappellini da baseball portati al contrario.

Dall’ambientazione edonistica della New York reganiana anni ’80 si passa alla citazione fumettistica del terzo tema della sfilata. Improvvisamente il protagonista sulla scena diventa Spongebob, celebre personaggio di una fortunata serie di cartoni animati. Leggings, pellicce ecologiche, abiti-maglione e scarpe col tacco prendono le sembianze della ''spugna'' dall’animo buono e gentile.

Quando lo spettacolo sembra ormai giunto agli sgoccioli, ecco il colpo di scena: una serie di abiti da sera le cui stampe ripresentano le fantasie e le grafiche di confezioni di patatine, cioccolate e zuppe americane. Un lavoro degno di Andy Warhol e della sua factory (ricordate i barattoli Campbell e le confezioni Brillo?).

Ma il vero colpo di teatro arriva alla fine della sfilata quando i pezzi visti sul catwalk sono andati immediatamente in vendita sul sito ufficiale della maison italiana. Un nuovo modo di fare moda, e scusate il gioco di parole, che sarebbe tanto piaciuto anche a Franco Moschino.

I tempi cambiano, i processi comunicativi si evolvono, le logiche del consumo si trasformano, ma Moschino resta sempre il ''portatore sano'' di un linguaggio universale, quello della creatività. Lo stesso linguaggio adottato da Jeremy Scott. D’altronde ce l’aveva scritto anche sulla maglia.





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